Una presenza discreta, qualche parola informale per cercare un “varco” nella corazza psicologica di chi vive ogni giorno con una malattia e non vuole sentirsi ulteriormente etichettato. Nel servizio di Emodialisi dell’Ospedale San Pellegrino, tra monitor, macchinari e letti occupati per ore da pazienti collegati alla dialisi, da un anno si muove anche una figura nuova: la psicologa. Non uno studio separato, non una porta chiusa, ma una presenza costante in reparto. È qui che la dottoressa Emanuela Vignola ha costruito, giorno dopo giorno, uno spazio di ascolto vivo dentro un luogo che parla soprattutto il linguaggio della sopravvivenza.
L’insufficienza renale cronica costringe a riorganizzare completamente la propria vita. Tre sedute a settimana, orari rigidi, restrizioni alimentari, un corpo che cambia e una macchina da cui si dipende per vivere. «La dialisi non è solo un trattamento sanitario – spiega la dottoressa Alessandra Dalla Gassa, responsabile del servizio che conta anche sul supporto medico di Francesca Bulighin e Rocco Gargiulo – è un’esperienza che coinvolge profondamente la sfera emotiva. Ci siamo resi conto che non potevamo occuparci solo degli aspetti clinici». Da questa consapevolezza è nato il progetto di integrare in modo strutturato il supporto psicologico all’interno del reparto. La dottoressa Vignola è presente due giorni alla settimana: incontra i pazienti segnalati dall’équipe, offre colloqui individuali, ma soprattutto resta in reparto durante le sedute, osserva, ascolta, si avvicina con discrezione. Il primo ostacolo, racconta Vignola, è lo stigma. «Molti pazienti temono che l’invio dallo psicologo significhi essere considerati “fragili” o “non collaborativi”. Per questo la presenza in reparto è fondamentale: si crea un contatto spontaneo, meno formale, che permette di costruire fiducia». La genesi di questa esperienza è l’incontro tra Dalla Gassa e Vignola all’interno della Rsa San Pietro, dove normalmente opera Vignola, altra struttura del Gruppo Mantova Salus.
«Dietro un comportamento che può sembrare oppositivo – sottolinea Dalla Gassa – spesso c’è un dolore non espresso. Avere una professionista che ci aiuta a leggere questi segnali cambia il modo in cui possiamo intervenire. Il risultato è molto positivo, si vede la differenza sia nei pazienti con una lunga storia di malattia che li appesantisce, sia nei pazienti giovani che devono prendere le misure con la loro vita quotidiana».
Il lavoro non si ferma ai pazienti. La sala d’attesa è diventata un osservatorio privilegiato sulle fatiche dei familiari. Mariti, mogli, figli che accompagnano e aspettano per ore, portando con sé preoccupazioni economiche, sensi di colpa, timori di non essere all’altezza. «Molti caregiver minimizzano la propria sofferenza – spiega Vignola – come se non avessero il diritto di stare male. Ma il rischio di esaurimento emotivo è reale».
Proprio da qui nasce l’idea di attivare il naturale proseguo dell’esperienza, un gruppo dedicato ai familiari, uno spazio di confronto e sostegno per condividere esperienze e strumenti concreti. Un passo ulteriore verso una presa in carico che non riguarda solo il singolo paziente, ma l’intero sistema che ruota attorno alla malattia.
«L’integrazione strutturata del supporto psicologico nei reparti ad alta intensità assistenziale rappresenta un elemento qualificante della presa in carico moderna – il commento del Direttore Sanitario, dott. Samin Sedghi Zadeh – in emodialisi, dove la cronicità incide profondamente sulla vita delle persone, affiancare alla cura clinica un’attenzione competente alla dimensione emotiva significa migliorare l’aderenza ai percorsi di cura e la qualità complessiva dell’assistenza.»